Con la sua società si occupa di opere d’arte dai 15 milioni di euro in su: chiude con una stretta di mano trattative riservate tra collezionisti i cui nomi non finiranno mai sui giornali. E allo stesso tempo si occupa di arrembaggi alle baleniere: è l’unico italiano nel board di Sea Shepherd, la flotta del capitano Paul Watson, sostenuta anche dagli attori Sean Penn e Pierce Brosnan, partita il 5 novembre verso il Pacifico «per ridurre in bancarotta i pescherecci giapponesi».

La sua è la prima azienda del vino italiano a dichiararsi vegana. L’abbiamo incontrato a Milano, tra piatti di amaranto, seitan, cacio e pepe, lenticchie alla vaniglia: un intero menù vegano ideato per lui da Carlo Cracco e servito dallo chef in persona al tavolo nascosto in cucina.

I vini vegani di Querciabella, negli ultimi anni, hanno raccolto premi e alti punteggi nelle guide. Come il Batàr, definito il «sogno di un bianco» dal wine writer Hugh Johnson. Uno Chardonnay e Pinot blanc, «forse il più ambizioso del pianeta», secondo la master of wine Jancis Robinson del Financial Times.

Il vino-bandiera è il Camartina, uno dei primi Supertuscan, blend di Sangiovese e Cabernet Sauvignon («irresistibile sexy wine», secondo l’imperatore della critica Robert Parker); il Palafreno, un Merlot in purezza; il Querciabella, un Chianti classico docg. L’ultimo arrivato è il Mongrana, dalla tenuta in Maremma.

Con la sua voce bassa, Castiglioni spiega le idee a cui si ispira: soprattutto quelle del filosofo Peter Singer («Tutti noi non siamo responsabili solo di quello che facciamo, ma anche di quello che avremmo potuto impedire o che abbiamo deciso di non fare»). E illustra come le mette in pratica: lavorazioni manuali in vigna e preparazioni biodinamiche con piante (32) coltivate in azienda.

Un metodo che costa fino a 8 volte di più della norma.

Leggi tutta l’intervista a Sebastiano Cossa Castiglioni sul blog di Luciano Ferraro su Corriere.it