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16 aprile 1945. Weimar e il “bosco dei faggi”.

Sono trascorsi 75 anni dal giorno in cui l’esercito degli Alleati, inflitta una nuova sconfitta alla Germania dopo quella cocente della prima guerra mondiale, costrinse mille cittadini di Weimar a visitare il campo di concentramento di Buchenwald (bosco dei faggi), nei pressi della città.

Weimar era prima nota per ben altri motivi: casa di Johann Wolfgang von Goethe, incarnazione di genio, poesia e massimo esponente dell’illuminismo di lingua germanica, e nel 1919 casa della costituzione democratica tedesca che diede vita alla così detta Repubblica di Weimar, dopo la sconfitta nella prima guerra mondiale subita dal popolo tedesco.

Dall’orrore nazista in poi il nome di Weimar è stato infamato con il legame al campo di concentramento a pochi chilometri dalla città.

Non si vuole qui ripercorrere la storia crudele imposta dai nazisti ai prigionieri del campo. Chi però lo volesse, può visitare la Jewish Virtual Library a questo link sull’argomento.

Oppure approfondire in maniera diversa con un libro di Leone Zingales, giornalista e cronista siciliano che ha scritto “Il lager di Buchenwald. Le atrocità dei nazisti sulla Blutstrasse”: https://amzn.to/3afOitl.

Il tema qui è quello di riflettere qualche minuto sul gesto che l’esercito Alleato fece nei confronti dei cittadini di Weimar. Ignari o meno.

Spesse volte si sente dire che un esempio vale mille parole.

Amiche e amici nel difficile ruolo del genitore mi hanno troppe volte detto che educare significa dare il buon esempio, e che i figli non ascoltano ciò che i genitori dicono, ma imitano ciò che i genitori fanno.

Ritengo questo sia visibile quotidianamente e chiaramente a ciascuno di noi.

Forse fu una scelta dura quella che gli Alleati imposero. Forse oggi, possiamo pensare sia stata persino crudele, ma noi siamo fuori contesto e non eravamo lì. E neppure siamo quella generazione.

Resta il fatto che furono portati a vedere. A comprendere volenti o nolenti. Oggi si direbbe a “toccare con mano” la realtà assurda, la tragedia incredibile e folle che a poca distanza dalle loro case, si consumava.

Forse non sono l’unico a pensare che a molti “cittadini” di grandi palazzi italiani, a molti posteriori seduti su alti scranni europei, e non solo, farebbe bene un simile, duro ma giusto, educativo trattamento. Toccare con mano si diceva.

Un mese di sveglie all’alba per il turno in ospedale o per andare ad impastare del pane. Una stagione a raccogliere pomodori, a spostare sacchi di cemento, a correre tra i tavoli con un vassoio in mano e il sorriso sul volto per persone a volte non esattamente deferenti o rispettose. Una serata a far di conto per capire quanto si può spendere in settimana al discount con quel che resta di uno stipendio normale.

Settimane di clausura ascoltando impotenti dei marziani decidere del loro futuro.

Ravviso la medesima distanza tra questi “alieni” e il mondo reale di quella che vi fu tra i cittadini che abitavano in quella Weimar così vicina al Bosco dei Faggi.

Pochi metri fisici, anni luce di comprensione e consapevolezza.

Perché questo non accada, o accada meno, servono più Amore e più Cultura?

Noi crediamo di sì.

Le esperienze che contano sono spesso quelle che non avremmo mai voluto fare, non quelle che decidiamo noi di fare. (Alberto Moravia)

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